Molti genitori si preoccupano del fatto di non farsi sentire a sufficienza dai rispettivi figlioli, dagli spalti o fuori della rete di recinzione, come se dalla mancanza di supporto "sonoro" i ragazzi potessero dedurre una sorta di carenza affettiva. Sovente, infatti, ci accorgiamo di papà e mamme che, cercando durante l'arco della gara di pilotare il proprio ragazzo ad ogni movimento, ne dettano tutti i movimenti: dai, tira, vai, vai…, una specie di "playstation" in carne ed ossa. E' sicuramente comprensibile che ciò avvenga ma entro certi limiti, facendo capire alla prima occasione utile l'importanza che il ragazzo possa giocare "libero" da condizionamenti esterni, essendoci comunque già chi, all'interno del recinto di gioco, è in grado di supportare l'atleta: l'allenatore e, nei limiti e nel rispetto delle rispettive mansioni, lo staff che collabora per l'atleta. Questo, soprattutto per consentire serenità ai calciatori nello svolgimento di un gioco che potrebbe essere compromesso a eccessive urla, toni esasperati o continue "dettature", specie se d'opposta indicazione e quindi inefficaci. In particolare, laddove la situazione si ripresenti con una certa frequenza e risulti "fastidiosa" per l'atleta, risultando preferibile non intervenire direttamente sulla famiglia, richiediamo l'intervento del dirigente o della società affinché venga spiegato che l'amore non si dimostra solo con l'incitamento da ultrà stagionati ma, soprattutto, con la semplice presenza ed assistenza da parte delle famiglie nei momenti di difficoltà: il tifo sugli spalti, sempre a favore del proprio ragazzo o della squadra e mai contro gli avversari, è utile ed anzi indispensabile laddove risulta "moderato". Tratto da "Nella valigia dell'allenatore" Ed. Calzetti & Mariucci Tratto dal Sito: www.ilportaledellosportivo.it